Nel mio lavoro di consulente informatico forense a Novara e Arona, c’è una costante che si ripete con una puntualità quasi matematica. Ogni mese, almeno una volta, mi trovo davanti a casi giudiziari (sia civili che penali) in cui elementi probatori decisivi rischiano di essere nulli o facilmente contestabili.
Il motivo? Una gestione errata e “fai da te” delle prove digitali.
Quando si affronta un contenzioso legale, che si tratti di un licenziamento per giusta causa, di una truffa aziendale o di uno stalking, i dati informatici sono ormai la chiave di volta. Ma la fragilità di un bit è pari alla sua importanza.
Ecco i 3 errori più comuni che vedo commettere quasi ogni mese e che rischiano di compromettere irrimediabilmente l’esito di una causa presso i Tribunali del nostro territorio.
1. Presentare lo screenshot di WhatsApp (Il re degli errori)
Questo è in assoluto il passo falso più frequente. Clienti e, talvolta, studi legali non ancora avvezzi alle complessità della digital forensics, si presentano in studio convinti di avere in mano la “prova regina”: la stampa cartacea o il semplice screenshot di una chat di WhatsApp o di un messaggio sui social.
Perché è un errore grave? Per il codice civile e per l’orientamento consolidato del Tribunale di Novara, lo screenshot è una mera riproduzione meccanica. Se l’avvocato della controparte ne disconosce la conformità – sollevando anche solo il dubbio che il testo sia stato manipolato, tagliato o alterato con un software di fotoritocco – lo screenshot perde gran parte della sua efficacia.
La soluzione corretta: Non cancellare mai la chat e non limitarsi alla foto dello schermo. È fondamentale procedere a un’acquisizione forense dello smartphone. Solo estraendo il database interno della messaggistica e calcolandone l’hash (l’impronta digitale del file che ne garantisce l’immutabilità) la prova diventa inattaccabile in aula.
2. Accendere, ispezionare e “inquinare” il computer aziendale
Immaginiamo uno scenario classico ad Arona o nelle aree industriali del novarese: un imprenditore sospetta che un dipendente abbia sottratto dati aziendali o segreti industriali prima di dimettersi. Qual è la prima reazione dell’imprenditore o del tecnico IT interno? Accendere il PC del dipendente, aprire i file, controllare le email e cercare tracce di chiavette USB collegate.
Perché è un errore grave? Il semplice atto di accendere un computer altera migliaia di metadati, sovrascrive file temporanei e modifica i log di sistema. In tribunale, la difesa del dipendente potrà facilmente eccepire che i file sospetti sono stati aperti o modificati dal datore di lavoro dopo la riconsegna del PC, invalidando la prova per inquinamento del reperto.
La soluzione corretta: Il dispositivo non va toccato. Deve essere spento (o lasciato nello stato in cui si trova se è già acceso) e sottoposto immediatamente a una copia forense bit a bit. L’analisi investigativa deve essere eseguita esclusivamente sulla copia certificata, preservando l’originale intatto.
3. Inviare o inoltrare le email contestate (Perdere l’Header)
Quando si riceve un’email di phishing, una mail minatoria o una comunicazione contrattuale controversa, l’istinto è quello di inoltrarla al proprio avvocato o stamparla in PDF dal browser.
Perché è un errore grave? L’inoltro di un’email genera un nuovo messaggio, modificando i dati tecnici originari. La stampa in PDF, invece, cancella completamente il cosiddetto Header (o intestazione) dell’email. L’Header è la carta d’identità del messaggio: contiene gli indirizzi IP di provenienza, i server di passaggio e i sistemi di autenticazione (come SPF, DKIM, DMARC). Senza questi dati tecnici, è impossibile dimostrare scientificamente chi ha inviato davvero quella mail.
La soluzione corretta: L’email non va inoltrata. Il messaggio deve essere esportato nel suo formato nativo (estensioni .eml o .msg) comprensivo di tutte le intestazioni originali, oppure occorre procedere all’acquisizione forense direttamente dalla casella di posta (Webmail o client).
Consulenza Informatica Forense a Novara e Arona: muoversi d’anticipo conviene
Evitare questi tre errori significa risparmiare tempo, denaro e, soprattutto, evitare che una causa sacrosanta venga persa per un vizio di forma o per l’inammissibilità delle prove digitali.
Il nostro studio professionale forense, attivo capillarmente sulle piazze di Novara, Arona e su tutto il territorio provinciale, supporta avvocati, aziende e privati cittadini nella corretta cristallizzazione della prova informatica. Intervenire tempestivamente, applicando gli standard internazionali di digital forensics, è l’unica vera garanzia per far valere i propri diritti davanti al giudice.
Ti trovi nella situazione di dover tutelare i tuoi dati o presentare una prova informatica in tribunale a Novara o Arona? Non rischiare il “fai da te”. contatta il nostro studio per una valutazione preliminare del tuo caso.

